Lunedì 7 febbraio ore 10:20.
Ci penso da questa mattina. Da quando ho chiamato, e una segretaria perfetta (cortese e professionale. Quel tanto di cortesia che evita l'antipatia, quel tanto di professionalità che tiene la distanza) mi ha liquidato in meno di un minuto, con questa frase "Lunedì 7 febbraio ore 10:20, per Lei va bene?".
L'appuntamento è fissato, il verdetto temuto, ma non c'è altra soluzione.
La prendo larga.
Venerdì mattina, verso la fine dell'allenamento, ho avuto di nuovo dolore al ginocchio sinistro. Nel resto della giornata, però, a parte del leggero fastidio, non ho avuto alcun problema. Salivo e scendevo le scale tranquillamente, camminavo senza alcun dolore; insomma, tutto a posto e il ginocchio in apparente miglioramento.
La sera, mentre buttavo giù un buon sorso di miracoloso amaro alle erbe, mi sono impiastricciato di pomata e sono andato a nanna. Il risveglio del sabato mattina non ha portato grosse nuove. Nessuna nuova, buone nuove, si dice. E così mi sono organizzato per la domenica.
Sono andato a fare un po' di acquisti compulsivi: pantaloncini sotto al ginocchio per il freddo, maglietta fluo con inserti tecnici e bande a traspirazione differenziata, gel all'Arnica al 30%, maglietta strafica nera ultraderente con inserti anatomici, e anche un paio di quelle robe gelatinose al gusto arancia che servono a pompare carboidrati durante la corsa.
Il ginocchio, in tutto ciò, ogni tanto mandava segnali, ma nulla di preoccupante. Solo verso sera, con la stanchezza della giornata addosso, è ridiventato fastidioso. Ma la soluzione oramai è bell'e pronta. Antico amaro alle erbe e pomata.
Domenica mattina alle ore sette aspettavo con impazienza due compagni di avventura. Carichiamo tavole, sci, zaini e, fatte due battute sulla bottiglia di Cabernet che si può sempre trovare nella portiera della mia macchina, partiamo alla volta di Madesimo. Lasciamo Milano sotto la neve, arriviamo sulla neve sotto un gran Sole. All'una mega piatto di pizzoccheri. Metà della Valtellina, metà della Valchiavenna. La libidine suprema, da soli valgono la levataccia.
All'improvviso, verso le tre e mezza, qualcosa inizia a tirare là sotto. Mi spiace davvero, ma non è un doppio senso; è il ginocchio che inizia a farsi sentire. Non è dolore e vado avanti fino a fine giornata. Solito rito voodoo e, arrivato a casa, ingollo amaro e mi spalmo di crema.
Peccato che non abbia funzionato granché. Oggi le scale le faccio male, il ginocchio non sopporta le sollecitazioni e stamattina, mentre andavo in Tribunale, era dolente. Sono sicuro che domani non farà più male, ma la Maratona non perdona. Così ho preso la decisione di chiamare un ortopedico. E la sua professionale segretaria mi ha fissato l'appuntamento.
Dita incrociate
p.s. Domani mattina, comunque, vado a fare corsetta.
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lunedì 31 gennaio 2011
L'amaro risveglio
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venerdì 28 gennaio 2011
La compagnia del Castello
Eppure eravamo in tre.
Ma la corsa è solitaria.Certo, puoi andare a correre con un amico. Ma ci si deve venire incontro: l'uno andando un pochino più forte, l'altro un pochino più lento. Che sbatta.
E il cervello stacca la spina. Non è esattamente uno stadio vegetativo. Anzi, là dietro i pensieri corrono liberi e felici. Ma ci si isola.
E poi sintonizzare orari ed impegni.. Il giorno giusto per l'uno non è giusto per l'altro. Se il giorno è giusto, l'orario è sbagliato.Che rottura mettersi d'accordo.
Alzarsi all'alba per infilarsi nel buio freddo delle strade di Milano, poi, non parliamone.
Eppure questa mattina, ore sette, eravamo in tre.
Il collante, è la corsa.
Ma perché correre se si può fare altro. Correre significa sudore. Correre è fatica. Anche quando si è un poco allenati, è fatica. Non la fatica dell'inizio. Quella è il corpo che si risveglia protestando vivacemente. Ma stare al caldo sotto le coperte è meglio. Se poi c'è la Bionda, è meglio ancora. Ma questi sono cazzi di Cristiano.
Eppure questa mattina, ore sette, quattro gradi, eravamo in tre.
In fin dei conti ci vuole poco. Basta non sentire la sveglia. Oppure sentirsi poco bene. Di una semplicità disarmante è non avere voglia. Ancora meglio è avere qualcosa di improrogabile da fare.Qualsiasi cosa. La lavanderia, la raccomandata, la lavatrice, tirare fuori la carne dal congelatore. Boh, anche spuntarsi i baffi, piuttosto.
Eppure questa mattina, ore sette, quattro gradi, circumnavigando il Castello, eravamo in tre.
E chi te lo fa fare di prendere gli antiinfiammatori. Di metterti la pomata prima, di mettere la pomata dopo. Di zoppicare il resto del giorno. Di programmare le giornate in funzione degli allenamenti. Basta! che rottura!
Eppure questa mattina. ore sette, quattro gradi, circumnavigando il Castello, correndo e chiacchierando, eravamo in tre.
In tre si è in compagnia.
mercoledì 26 gennaio 2011
La pomata e l'amaro
Domenica sera avevo poche forze per fare qualsiasi cosa. Eppure un calciobalilla e qualche bicchiere di Amaro alle Erbe mi hanno ridato le forze. La composizione del liquore è sconosciuta, poiché priva di etichetta si presentava la bottiglia, ma la sua porca figura l'ha fatta. E, soprattutto, deve contenere un qualche principio attivo che elimina il dolore. Andrebbe fatto analizzare da una qualche equipe medico-scientifica. Magari si scopre che un'erba negletta che cresce sul Naviglio ha poteri medicamentosi straordinari. O che l'alcool mi fa bene.
Lunedì mattina ho impiegato circa 10 minuti a scendere i quattro scalini che da casa mia conducono al cortile interno del condominio in cui vivo. Ogni passettino era accompagnato da una simpatica fitta di dolore alle ginocchia. Mi sono trascinato fino in Farmacia e ho acquistato: cerottoni medicati al cortisone, pomata all'Arnica, confezione formato famiglia di Tachipirina, confezione jumbo (come la misura dei popcorn al cinema) di Moment, pomata riscaldante.
Il cerottone al cortisone è autoadesivo. Nel senso che autoaderisce a se stesso nel giro di pochi istanti, consumando tutta la potenza adesiva che ha e rendendo inutile qualsiasi tentativo di applicarlo alla zona interessata. Il fatto che la zona interessata sia moderatamente pelosa non aiuta. Ho sbrogliato la delicatissima questione girando dello scotch intorno.
Che tutto ciò si sia risolto nel cerottone che, maligno, usciva da sotto l'orlo dei pantaloni mentre parlavo con un collega, è aspetto del tutto marginale.
La terapia d'urto ha previsto abbondanti massaggi alle articolazioni con le varie pomate a seconda dei momenti della giornata, regolare applicazione degli infidi cerottoni, una Tachipirina tutte le sere, e le bombe proteiche di Cristiano tutte le mattine. E il Moment? Il Moment non c'entra una beata mazza, ma quel giorno avevo mal di testa.
Martedì riuscivo a deambulare con discreta efficacia da una stanza all'altra dello Studio. I gradini delle scale mi davano ancora qualche problema, ma la terapia stava funzionando. Più o meno verso le sette di ieri sera ho fatto la prova scalino. Sono riuscito sia a salire sia a scendere le scale senza troppi tentennamenti. Ho quindi deciso di cavalcare l'onda e programmato che questa mattina avrei corso di nuovo.
Ore sette meno dieci sono uscito di casa. Sono passato sotto casa della collega Runner in erba, e insieme siamo andati a fare il giro dell'Ippodromo. Ero un po' tanto preoccupato di tutti i segnali che mi mandavano le gambe, ma alla fine sette chilometri sono finiti alle spalle. E adesso cammino ancora!
Se stasera supero di nuovo la prova scale, domani mattina vado a fare un giro al Monte Stella con Agnese. Agnese è una Runner che ha corso svariate competizioni e che, impietosita dai miei racconti, ha magnanimamente acconsentito a perdere del tempo per fare qualche allenamento con me.
La scelta del giorno, giovedì, rivela professionalità. Come Nizza ha ben spiegato, per allenarsi 3 volte a settimana e mettere il lungo la domenica, i giorni migliori in settimana sono martedì e giovedì. Due giorni di riposo prima del lungo e un giorno di riposo tra un allenamento e l'altro. Efficace e razionale divisione del tempo
Da solo non ci sarei mai arrivato.
Il cerottone al cortisone è autoadesivo. Nel senso che autoaderisce a se stesso nel giro di pochi istanti, consumando tutta la potenza adesiva che ha e rendendo inutile qualsiasi tentativo di applicarlo alla zona interessata. Il fatto che la zona interessata sia moderatamente pelosa non aiuta. Ho sbrogliato la delicatissima questione girando dello scotch intorno.
Che tutto ciò si sia risolto nel cerottone che, maligno, usciva da sotto l'orlo dei pantaloni mentre parlavo con un collega, è aspetto del tutto marginale.
La terapia d'urto ha previsto abbondanti massaggi alle articolazioni con le varie pomate a seconda dei momenti della giornata, regolare applicazione degli infidi cerottoni, una Tachipirina tutte le sere, e le bombe proteiche di Cristiano tutte le mattine. E il Moment? Il Moment non c'entra una beata mazza, ma quel giorno avevo mal di testa.
Martedì riuscivo a deambulare con discreta efficacia da una stanza all'altra dello Studio. I gradini delle scale mi davano ancora qualche problema, ma la terapia stava funzionando. Più o meno verso le sette di ieri sera ho fatto la prova scalino. Sono riuscito sia a salire sia a scendere le scale senza troppi tentennamenti. Ho quindi deciso di cavalcare l'onda e programmato che questa mattina avrei corso di nuovo.
Ore sette meno dieci sono uscito di casa. Sono passato sotto casa della collega Runner in erba, e insieme siamo andati a fare il giro dell'Ippodromo. Ero un po' tanto preoccupato di tutti i segnali che mi mandavano le gambe, ma alla fine sette chilometri sono finiti alle spalle. E adesso cammino ancora!
Se stasera supero di nuovo la prova scale, domani mattina vado a fare un giro al Monte Stella con Agnese. Agnese è una Runner che ha corso svariate competizioni e che, impietosita dai miei racconti, ha magnanimamente acconsentito a perdere del tempo per fare qualche allenamento con me.
La scelta del giorno, giovedì, rivela professionalità. Come Nizza ha ben spiegato, per allenarsi 3 volte a settimana e mettere il lungo la domenica, i giorni migliori in settimana sono martedì e giovedì. Due giorni di riposo prima del lungo e un giorno di riposo tra un allenamento e l'altro. Efficace e razionale divisione del tempo
Da solo non ci sarei mai arrivato.
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venerdì 21 gennaio 2011
Abracalabria
Ieri zigzagavo a piedi attorno a mezzanotte nelle viette tra Corso di Porta Romana e Corso Italia. Ero reduce da una birra al Pogue (pinta di John Smith: ormai è la mia preferita. Buonissima, poco gasata, poco alcolica, va giù che è un piacere. Dovrebbero servirla anche ai punti ristoro durante le gare) e da una cena chez Don Giò, ristorante calabrese in cui mi sono recato con il doppio intento di divorare peperoncini come Homer Simpson e di eseguire, sotto gli effetti degli stessi, riti esoterici di invocazione degli avi crotonesi di Carlo affinché proteggano il suo ginocchio e facciano piovere 'nduja sulle strade della Mezza di domenica (dovreste vedere come corre Carlo sulle strade viscide di 'nduja: tutti scivolano, lui sembra Barrichello quando diluvia durante il Gp).
Io ho questo problema, non so se abbia a che fare con la corsa: quando giro in motorino o in macchina sono freddo, disegno traiettorie razionali e geometriche come un gps per arrivare alla destinazione prevista nel più breve tempo possibile. Quando invece giro a piedi o in bici stacco la spina, scelgo percorsi obliqui, adoro disperdermi tra le stradine, allungare i percorsi, fiuto incessantemente le tracce di quei pochi angoli e scorci di Milano che mi piacciono e li inseguo per sentirmi meglio, dimenticando il più delle volte quale sia la meta finale del mio pellegrinaggio.
Ho quella sindrome da Nanni Moretti in Caro Diario: mi piace girare la città e guardare le case. In particolare quelle decadenti (questa è per Roberta, una cosa tra noi due)
Il problema è che lo faccio anche di notte, a gennaio, con meno x gradi sul termometro e dopo una cena calabrese affogata in un antico amaro alle erbe.
L'altro problema è che ieri, almeno nel primo tratto, lo facevo senza nemmeno guardare le case. Non guardavo nemmeno dove camminavo, a dire il vero. No, non era colpa della John Smith o dell'Antico Amaro alle erbe, anche se quelli aiutavano. Era colpa di Piovono Runners. Avevo scoperto, connettendomi con il cellulare, che Carlo aveva postato il suo nuovo pezzo e non potevo non leggerlo subito. Allora l'ho fatto lì, nelle stradine brumose dietro il Policlinico, furtivo come un ladro, sperando che gli avi crotonesi che avevo risvegliato vegliassero a loro volta su di me e mi facessero evitare le merde dei cani sul marciapiede, mentre deambulavo con lo sguardo assorto sullo schermo del telefonino.
Ce l'ho fatta, come per magia.
Abracalabria, amici di Piovono Runners.
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