venerdì 28 gennaio 2011

La compagnia del Castello

Eppure eravamo in tre.

Ma la corsa è solitaria.Certo, puoi andare a correre con un amico. Ma ci si deve venire incontro: l'uno andando un pochino più forte, l'altro un pochino più lento. Che sbatta.
E il cervello stacca la spina. Non è esattamente uno stadio vegetativo. Anzi, là dietro i pensieri corrono liberi e felici. Ma ci si isola.
E poi sintonizzare orari ed impegni.. Il giorno giusto per l'uno non è giusto per l'altro. Se il giorno è giusto, l'orario è sbagliato.Che rottura mettersi d'accordo.
Alzarsi all'alba per infilarsi nel buio freddo delle strade di Milano, poi, non parliamone.

Eppure questa mattina, ore sette, eravamo in tre.

Il collante, è la corsa.
Ma perché correre se si può fare altro. Correre significa sudore. Correre è fatica. Anche quando si è un poco allenati, è fatica.  Non la fatica dell'inizio. Quella è il corpo che si risveglia protestando vivacemente. Ma stare al caldo sotto le coperte è meglio. Se poi c'è la Bionda, è meglio ancora. Ma questi sono cazzi di Cristiano.

Eppure questa mattina, ore sette, quattro gradi, eravamo in tre.

In fin dei conti ci vuole poco. Basta non sentire la sveglia. Oppure sentirsi poco bene. Di una semplicità disarmante è non avere voglia. Ancora meglio è avere qualcosa di improrogabile da fare.Qualsiasi cosa. La lavanderia, la raccomandata, la lavatrice, tirare fuori la carne dal congelatore. Boh, anche spuntarsi i baffi, piuttosto.

Eppure questa mattina, ore sette, quattro gradi, circumnavigando il Castello, eravamo in tre.

E chi te lo fa fare di prendere gli antiinfiammatori. Di metterti la pomata prima, di mettere la pomata dopo. Di zoppicare il resto del giorno. Di programmare le giornate in funzione degli allenamenti. Basta! che rottura!

Eppure questa mattina. ore sette, quattro gradi, circumnavigando il Castello, correndo e chiacchierando, eravamo in tre.

In tre si è in compagnia.

Donne nude che regalano soldi

(il mio amico, lo stesso che sostiene che la cacca fa sempre ridere, ritiene anche che un titolo del genere attiri molto l'attenzione)

Io vi avviso, amici e lettori. Noi ci stiamo esaltando e voi siete corresponsabili della creazione del mostro a tre teste (una è pelata) in cui ci stiamo trasformando.
Probabilmente ci divertiremmo come dei pazzi a scrivere le nostre cose anche se ci leggessimo solo noi tre, a vicenda. Però sentire che vi siamo piaciuti e che ci leggete ci pompa molto, molto di più.
Ieri sera sono stato avvicinato da una persona che non vedevo da un po' che, prima di salutarmi, a bruciapelo mi dice: "Ma che cazzo è sto Piovono Runners?"
Ecco, va bene anche così, anche quando è difficile da interpretare immediatamente come un complimento.

Insomma, tutto questo per dire che sull'onda dell'entusiasmo arriveranno novità, non solo sul sito, che stiamo elaborando nel nostro Think Thank...non vi svelo altro, per ora.

Nel frattempo ci impegniamo solennemente con voi a continuare a macinare chilometri. E a raccontarveli, soprattutto.

giovedì 27 gennaio 2011

IL GUANTO

I più maliziosi leggendo il titolo avranno pensato a un accessorio messo all’indice dalla chiesa, e invece no.
Oggi sono totalmente a pezzi. Sono un pò di notti che dormo poco e male, e in più martedì, causa demi-kickoff aziendale non sono nemmeno riuscito a fare i compiti a casa. La giustificazione che ho presentato a lei non ha sortito il perdono sperato e mi ha punito. Me la vedo lì che con in mano, sempre che abbia le mani, una mia caricatura di pezza, sadicamente inserisce un ferro da maglia nel ginocchio. Perchè è questo quello che oggi sento.E allora inizia a vacillare la volontà, perchè gli occhi si chiudono, perchè il ginocchio duole e zoppico e perchè l’unico desiderio è quello di arrivare a casa e spaparanzarmi sul divano.
Poi la persona a cui hai lanciato il guanto di sfida, ecco il significato del titolo, scrive che oggi, si proprio oggi, ha fatto le temibili ripetute. Poteva non farle e nessuno di noi lo avrebbe mai scoperto, e allora ti carichi, capisci che non puoi farti fermare da un paio di nottatacce o da una cavolo di punizione vodoo, e allora decidi che arrivato a casa farai un ultimo sforzo per onorare il guanto, il blog e sopratutto i tuoi compari che di sforzi ne fanno decisamente più di te.

Repetita iuvant, merda juvent (us)

Oggi ho fatto le ripetute. Le ripetute sono l’equivalente podistico dello stirare le camicie. La peggiore delle rotture di palle. Con la differenza che nemmeno pagando le puoi far fare a qualcun altro al posto tuo. Ma se non le fai, arrivi alla gara stropicciato e non fai bella figura.

Sono l’unico del gruppo Piovono Runners a praticare questo rituale. Nizza è giustamente in una fase precognitiva della corsa, in cui questa cosa non gli viene richiesta. Paragonandolo ad un momento della crescita, è nel periodo bambino-che-guarda-i-Teletubbies: della corsa può apprezzare il movimento e i colori, senza doversi preoccupare troppo della trama. A stirare ci pensa la mamma.

Carlo, al contrario, è in fase tardoadolescenziale a cavallo tra il post grunge e un certo immaginario alla Valerio Mastandrea: la mamma gli ha già spiegato che le camicie deve stirarsele da solo ma lui le ha risposto che non gli servono, che preferisce le magliette sgualcite e con le pieghe, per scelta. In realtà è perché non ha voglia.

Resto io, schiacciato tra il senso del dovere (mio) e il senso del volere (della Tabella, che le impone). La mia tabella, che è un’entità dal carattere semplice e diretto, senza fronzoli, mi ha spiegato che le ripetute si chiamano così perché vanno ripetute. Ossia fatte costantemente, una volta a settimana. E si chiamano così anche perchè quella volta a settimana in cui le fai, vanno ripetute. Nel senso che vanno corse più volte. Tre, quattro, otto, dodici volte a seconda della distanza, Due esempi di ripetute, per i profani, potrebbero essere 8x400 o 3x1600. Tra una ripetuta l’altra recuperi a ritmo più lento, sputi e ti chiedi quanto manchi alla fine. Se le fai sul tapis roulant, meglio non sputare.

Oggi ne ho fatte 12x400. E’ come andare in campagna e fare sesso con un coniglio. Credo, cioè, me l’ha detto un amico. Insomma, tanti colpetti rapidi, riposo, un’altra raffica veloce, riposo e via così per 12 volte. Quando inizi ad ingranare, ti fermi. Quando inizi a riposarti, devi ripartire. Detto così non sembra un allenamento intelligentissimo, Eppure pare che serva, c’entra qualcosa con le soglie anaerobiche. Con che cosa c’entrino a loro volta le soglie anaerobiche non mi è ancora chiaro. Pensate che lo mettono anche nei programmi for dummies come quello che seguo io, che prevedono solo tre allenamenti a settimana. Uno è di ripetute, non si scappa.

In fondo non è una novità. Ho ripetuto tabelline alle elementari, poesie alle medie, verbi greci al liceo. Adesso ripeto ripetute.

Ce la posso fare anche stavolta.

P.S. Oggi abbiamo avuto due contatti dalla Malesia, la conquista del mondo è sempre più vicina.

De rannorum natura

è tornato l'Anonimo e noi lo pubblichiamo..

Se ti svegli alle 6 del mattino, sei un pirla. Questo per lo meno pensavo fino alle 6 del mattino di domenica, quando, per l’ansia da prestazione (altrui) mi sono svegliato. E non mi sono sentito affatto un pirla.

Sapevo che l’incontro sarebbe avvenuto attorno alle 7. Ma mi è successo quel che mi accade sempre prima di un viaggio, lungo o breve che sia: mi sveglio prima, dannatamente prima, per l’emozione e vivo malissimo quel tempo d’anticipo che accumulo.

Il loro viaggio cominciava alle 7. Dalle 6 alle 7, che fare? La risposta è affiorata inaspettata, un po’ come capitava a Proust con il profumo delle madeleine, quando ormai mi ero rassegnato a passare un’ora a mangiarmi le unghie: Sky, Intrattenimento, Sky 24, Meteo 24!

Potevo sentirmi parte del loro viaggio, controllando località per località le condizioni climatiche e le temperature previste per la giornata… Fino ad arrivare a San Gaudenzio.

Ed eccoli lì, quei maledettissimi, pochissimi gradi (e per di più sotto lo 0). Scoraggeranno Aldo e Drugo? Faranno loro paura? O invece saranno d’aiuto per affrontare i 21 km che li attendono?

Un’ora è passata con queste congetture. E quasi mi perdevo la partenza.

Ebbene sì, li ho seguiti, li seguo. Loro non lo sanno, ma sono la loro ombra. Non corro, no, però ho una Flying Machines, un po’ come quella di Dastardly e Muttley (La corsa più pazza del mondo), e non mi perdo neanche una gara, neanche un allenamento. E, grazie al dono dell’ubiquità, mi son goduto anche il battesimo di Nizza.

Soddisfazioni grandi su tutti i fronti. Per il miglioramento di Cristiano; per l’atteggiamento di Carlo; per la maglietta fluo di Nizza.

Impressioni dalla gara. È stata appassionante. Avete presente in Tre uomini e una gamba quando Giovanni batte il bambino facendo la ruota? Ecco ora riportate quello sguardo sul volto di Cristiano, nel momento in cui ha superato Linus. L’orgoglio strabordava più del sudore. Gli occhi sorridevano più della bocca dello stregatto. E i muscoli, per qualche minuto, se li è completamente dimenticati, tanto da sembrare la fatina Trilli che svolazza leggera e leggiadra nell’aria.

A quel punto ho inchiodato con la mia FM e ho deciso di metter la retro, per controllare come stesse andando il nostro Carletto… Corri Forrest, corri! Felice, felicissimo, seppur distrutto, della prova che stava effettuando. Si gongolava al saluto e agli applausi degli incitatori e aveva uno sguardo che era un misto di ironia e rassegnazione. Ma non una rassegnazione negativa, anzi. Lui era contento così, per oggi. Ed io con lui.

Impressioni dall’allenamento. L’argomento più atteso era la tenuta da runner. E devo dire che pensavo molto, molto peggio. Nizza era un figurino, attillato, certo, ma un figurino. Senza nulla da invidiare a un esperto di corsa. Fino alla visione in stile funghetto allucinogeno ha retto benissimo. Poi la principessa Leila l’ha trascinato in un mondo fatto di fiori parlanti da salutare e bianconigli da inseguire. Ma forse è stato proprio questo paese delle meraviglie a fargli concludere il suo primo vero allenamento con il massimo della soddisfazione.

Grandi ragazzi, anche questa volta è stato bello seguirvi.

mercoledì 26 gennaio 2011

La pomata e l'amaro

Domenica sera avevo poche forze per fare qualsiasi cosa. Eppure un calciobalilla e qualche bicchiere di Amaro alle Erbe mi hanno ridato le forze. La composizione del liquore è sconosciuta, poiché priva di etichetta si presentava la bottiglia, ma la sua porca figura l'ha fatta. E, soprattutto, deve contenere un qualche principio attivo che elimina il dolore. Andrebbe fatto analizzare da una qualche equipe medico-scientifica. Magari si scopre che un'erba negletta che cresce sul Naviglio ha poteri medicamentosi straordinari. O che l'alcool mi fa bene.

Lunedì mattina ho impiegato circa 10 minuti a scendere i quattro scalini che da casa mia conducono al cortile interno del condominio in cui vivo. Ogni passettino era accompagnato da una simpatica fitta di dolore alle ginocchia. Mi sono trascinato fino in Farmacia e ho acquistato: cerottoni medicati al cortisone, pomata all'Arnica, confezione formato famiglia di Tachipirina, confezione jumbo (come la misura dei popcorn al cinema) di Moment, pomata riscaldante.
Il cerottone al cortisone è autoadesivo. Nel senso che autoaderisce a se stesso nel giro di pochi istanti, consumando tutta la potenza adesiva che ha e rendendo inutile qualsiasi tentativo di applicarlo alla zona interessata. Il fatto che la zona interessata sia moderatamente pelosa non aiuta. Ho sbrogliato la delicatissima questione girando dello scotch intorno.
Che tutto ciò si sia risolto nel cerottone che, maligno, usciva da sotto l'orlo dei pantaloni mentre parlavo con un collega, è aspetto del tutto marginale.

La terapia d'urto ha previsto abbondanti massaggi alle articolazioni con le varie pomate a seconda dei momenti della giornata, regolare applicazione degli infidi cerottoni, una Tachipirina tutte le sere, e le bombe proteiche di Cristiano tutte le mattine. E il Moment? Il Moment non c'entra una beata mazza, ma quel giorno avevo mal di testa.

Martedì riuscivo a deambulare con discreta efficacia da una stanza all'altra dello Studio. I gradini delle scale mi davano ancora qualche problema, ma la terapia stava funzionando. Più o meno verso le sette di ieri sera ho fatto la prova scalino. Sono riuscito sia a salire sia a scendere le scale senza troppi tentennamenti. Ho quindi deciso di cavalcare l'onda e programmato che questa mattina avrei corso di nuovo.

Ore sette meno dieci sono uscito di casa. Sono passato sotto casa della collega Runner in erba, e insieme siamo andati a fare il giro dell'Ippodromo. Ero un po' tanto preoccupato di tutti i segnali che mi mandavano le gambe, ma alla fine sette chilometri sono finiti alle spalle. E adesso cammino ancora!
Se stasera supero di nuovo la prova scale, domani mattina vado a fare un giro al Monte Stella con Agnese. Agnese è una Runner che ha corso svariate competizioni e che,  impietosita dai miei racconti, ha magnanimamente acconsentito a perdere del tempo per fare qualche allenamento con me.

La scelta del giorno, giovedì, rivela professionalità. Come Nizza ha ben spiegato, per allenarsi 3 volte a settimana e mettere il lungo la domenica, i giorni migliori in settimana sono martedì e giovedì. Due giorni di riposo prima del lungo e un giorno di riposo tra un allenamento e l'altro. Efficace e razionale divisione del tempo

Da solo non ci sarei mai arrivato.

martedì 25 gennaio 2011

La sindrome Infostrada

Nove mesi fa correvo la mia prima mezza maratona, a Milano. Ho avuto i postumi psicofisici tipo reduce del Vietnam per circa una settimana. Il mio delta del Mekong erano i rettilinei dell'Ippodromo, me li sognavo di notte e mi svegliavo con i polpacci ancora doloranti.
Poi il mio corpo ha imparato a reggere meglio questi stress: dopo la Mezza di Asti, a fine maggio, camminavo. Come un neo miracolato di Fatima, ma camminavo, senza lamentarmi troppo. Dopo la terza mezza, Cremona ottobre 2010, ho avuto la spocchia di mettermi in calendario la Milano-Pavia (33 km..) a distanza di un mese. Ecco, dopo quella non ero in formissima e mi ricordo di un paio di giorni in cui ho deambulato bello sciolto come Pinocchio, nella sua fase lignea.
Poi a dicembre ho cominciato la lunga (16 settimane) preparazione in vista di Roma e lì c'è stata la vera svolta psicologica, che è questa: quando sei abituato ad allenarti per la Mezza, i 21 km sono l'obiettivo, il totem, il traguardo. Dopo che li hai fatti ti godi il riposo del guerriero e il plauso dei tuoi amici.
Quando prepari la Maratona, invece, stocazzo. I 21 km diventano una distanza da allenamento. Completamente desacralizzati. Retrocessi da distanza che ti separa dalle stelle a distanza che ti serve ad uscire dalle stalle, per puntare a quei maledetti 42. Questi diventano la tua nuova distanza dalle valenze religiose.
Quindi, volente o nolente, arrivi a fare 21 km così, in una domenica qualsiasi. Torni a casa e ti fai un'ordinaria doccia, senza medaglie al collo, senza maglietta tecnica in regalo.
Per fortuna ci sono le cotolette della bionda. E la bionda.
Però c'è anche il risvolto fisico positivo: il lunedì ti svegli e non senti quasi nessun dolore. Il tuo corpo s'è abituato. E' pronto ad andare oltre.

Ora, correrli in allenamento o in gara, quando devi sfuggire alla Locomotiva ed inseguire Linus, non è la stessa cosa. Un po' di più li paghi il giorno dopo. Comunque sia, niente a che vedere con il Mekong di nove mesi fa. Ieri ero un po'indolenzito e mi sono dedicato all'abituale day after post gara: tanto idromassaggio, tanta sauna. Una pacchia.
La vera differenza è stata oggi. Oggi, a differenza di come mi sentivo le altre volte a due giorni dalla gara, stavo bene. Avevo deciso di prendermi un altro giorno di vacanza dalla corsa e di dedicarmi a quella che Valerio chiamerebbe core stability, Giacomo Galli pompare e Checco Zalone la ginnastica.
Però la ginnastica mi annoia. E se le gambe reggono, perchè non correre? Ho fatto 5 km, pochissimi, ma sono bastati per sentirmi di nuovo in sella, di nuovo sulla strada.
5 km più vicino al Colosseo.

E sono anche bastati per sentirmi molto figo, inarrestabile e a vedere limpidamente il mio futuro.
Mi chiamo Cristiano, ho 50 anni, ho demolito il colesterolo in eccesso, sconfitto le rughe e vado in moto anche a dicembre con le maniche corte.

Don't try this at home

Inizio con una constatazione di cui vi prego di assaporare bene il significato. Non abbiate fretta di tirare conclusioni. Avrete tutto il tempo, riflettendoci, di arrivare in fondo al post:
Se corri per un'ora e mezza, hai faticato per un'ora e mezza. Se corri per due ore e dieci minuti, hai faticato per due ore e dieci minuti.
Anche Nizza, prima o poi, riuscirà a correre per più di un'ora. Ma riuscirà mai a farlo per più di due?
*
Mentre le conseguenze di quanto avete appena letto piano piano si fanno strada, ecco il resoconto, piuttosto verosimile, di quanto accaduto durante la Mezza maratona di San Gaudienzo.

Non so a che ora si siano svegliati gli altri infelici, ma l'appuntamento era sotto casa mia, quindi per me sveglia cinque minuti prima. Sette e dieci.
Per caso fortuito avevo il telefono acceso, e ho sentito arrivare il messaggio. Era Valerio che mi chiedeva quale fosse il numero civico. Per un attimo non capisco, poi ricordo. Gli avevo dato appuntamento alle sette. Per rassicurarlo sul fatto che saremmo arrivati puntuali. Tranquillo Valerio, ora sai che eri in una botte di ferro.
Mezzo secondo dopo citofona e in un lampo è in casa.
Lo devo ringraziare. Per aver finto di essere di fronte ad un essere umano e non ad un troglodita. Credo, nel vano tentativo di mascherare il fatto di essermi appena svegliato, di aver rivolto pìù domande stupide a lui, in 5 minuti, che a chiunque altro in tutta la mia vita. Il che, francamente, significa veramente tante.

Comunque. Arriva Cristiano e scendiamo. C'è anche Gianluca. Baci, abbracci, un paio di lacrimuccie e saliamo in macchina. Checché ne dica Cri, non ho ricordi del viaggio di andata. Anzi, si. Un ricordo ce l'ho. Il termometro della macchina che segna -4,5 gradi centigradi.

Un breve excursus sul clima è d'obbligo
.
Il motivo è oscuro e tale è destinato, per fortuna, a rimanere. Ma credevo di andare incontro a una  giornata primaverile ed in mezzo a verdi campi fioriti. Scoprire che, con decisa probabilità, non sarebbe stato così, mi ha causato un forte trauma. Illuso, ho pronosticato che il Sole avrebbe scacciato il gelo. Come Aran Banjo inneggiavo al sole e alla sua infinita potenza. E questo è il ringraziamento, all'arrivo nella ridente Casalbeltrame, che ci ha riservato l'astro nascente:
La fulgida alba di Casalbeltrame (guardare solo
attraverso un vetro fumè)
Non sarebbe riuscito a scaldare qualcosa nemmeno se aiutato con un asciugacapelli.
Praticamente, ha fatto fatica a rimanere impressionato nella foto.
Impressionati, invece, e piacevolmente, eravamo noi, quattro moschettieri della corsa. Innanzitutto dal freddo, ovviamente. E poi dall'organizzazione, molto curata, della manifestazione.
Non sono ironico. Casalbeltrame ci ha regalato il piacere di un palazzetto dello sport riscaldato, di un ritiro pettorali diviso per fasce numeriche e di un servizio massaggio pre gara gratuito.
Nessuno di noi ne ha usufruito, ma la seconda coppia di massaggiatrici sulla sinistra di questa foto ha attirato i complimenti di tutti. Per onestà intellettuale, devo dire che ne abbiamo anche tratto buoni auspici sul nostro stato di forma: "Certo che, se alle otto del mattino, con meno 5 gradi, e la prospettiva di correre 21 chilometri, riusciamo a pensare alla f...".

A questo punto ho infastidito l'amico Cri con domande su cosa, secondo lui, fosse meglio indossare . Se maglietta a manica lunga sotto e manica lunga sopra. Se maglietta a manica corta sotto e manica lunga sopra. Se manica lunga sotto e manica corta sopra. Lui, accondiscendente, mi segue solo vagamente interessato, ma poi consiglia per il meglio.

Stretching, corsetta di riscaldamento, visione del cimitero, e ci ritroviamo in fila a due passi dalla partenza. Al passaggio sotto l'arco gonfiabile, sento le note della sound track di Rocky. Mi gaso tantissimo e inizio a correre.
Per un po' ho intravisto Cristiano e Gianluca davanti a me. Cri, un paio di volte, ha girato a destra e sinistra la testa, cercandomi. Ovviamente, non mi ha trovato. Personalmente, cercavo di capire con chi avrei corso la mia mezza. Sapevo che per i primi due o tre chilometri, trascinato dalla corrente, avrei corso ad un ritmo superiore al mio.
La massa che corre una di queste gare è al suo interno fluida. I gruppi di corridori si dividono piano piano per velocità medie. Scivolano lentamente uno sull'altro, fino a che le posizioni si assestano. Attendevo con fiducia di incontrare il mio gruppetto di riferimento.

A un certo punto ho raggiunto un tizio con un palloncino. Sulla maglietta aveva scritto: "seguimi se vuoi correre a 4'15" al chilometro". Ho pensato che qualcosa non andava bene. E ho chiesto a un tipo, al mio fianco, se fosse vero. Quello è sbottato a ridere.
Per un po' ho corso con lui. Da dietro, intanto, ci raggiunge un altro tizio con  palloncino. Questo nuovo palloncinato sostiene di correre a 5' al chilometro. Chiedo  conferma, e il tizio che ride  mi dice che probabilmente è così. Siamo al Quinto chilometro, il suo cronometro segna quasi 26 minuti ed il secondo palloncino piano piano ci stacca.
Mi sento un figo. Non ho dolori, il fiato è a posto, non faccio troppa fatica e il ritmo è buonissimo.

Piano piano scorro indietro. Altri corridori mi sorpassano. Il tizio che ride è avanti. Lo vedo per circa una mezz'ora ancora, prima che la distanza fra noi lo nasconda alla vista. Ogni tanto mi attacco alla scia di qualcuno. Arrivo abbastanza in scioltezza sino al decimo chilometro. Sono contento, corro e non fatico. La prima metà gara è andata in meno di un'ora. Dentro di me proietto tempi e faccio previsioni.

Lo stato di grazia è durato fino al dodicesimo chilometro. Poi il crollo. Il dolore ha iniziato a farsi strada piano piano. La sensazione era quella di avere due bulloni esagonali ai due lati delle ginocchia. Due bulloni che piano piano si stringevano. Ogni volta piegare le ginocchia richiedeva un piccolo sforzo in più, come per vincere un'inerzia crescente. E ogni volta faceva un poco più male.

Sino a quando, al quattordicesimo chilometro, non ce l'ho più fatta. Ho iniziato a camminare. Da qua in avanti è stato un alternarsi di corsa e cammino, cammino e corsa. Un po' camminavo, passava il dolore. Ricominciavo a correre, e poi, di nuovo, dovevo camminare. La corsa è diventata solitaria, non riuscivo più a stare con nessuno e il freddo iniziava a farsi strada.

Ai punti di ristoro facevo due chiacchiere, bevevo il the caldo, mangiavo due fettine di arancia, e poi riiniziavo ad avanzare.
Ho capito che tutto stava andando a rotoli quando sono stato superato da uno zoppo. Non è per cattiveria, ma se mentre corri ti supera uno che zoppica vistosamente, qualcosa che non va c'è. La mazzata finale me l'ha data un tizio che mi ha superato camminando.

Al ponte su cui Cristiano ha umiliato Linus è accaduto il seguente episodio. Una tizia, che aveva già superato l'ostacolo, guarda verso l'alto e grida "Dai scavalca, che tanto siamo ultimi, a chi vuoi che gliene freghi, avanti!". Come le sia venuto che potessi avere la forza di scavalcare un guard rail...

La nota positiva è che tutti ti incitano. Quelli arrivati prima di te sanno cosa stai passando e ti sostengono. I personaggi ai punti di ristoro ti incoraggiano, ti dicono che ce l'hai quasi fatta. Quelli che non sanno che fare la domenica mattina ti battono le mani. Quelli che corrono con te e ti superano, ti dicono che ce la puoi fare. Si tratta di un lato umano e bello.

Non so bene come, ma alla fine il traguardo l'ho raggiunto. Ho avuto anche la presenza di spirito di esultare per il fotografo.
Cristiano ha descritto come meglio non si può la determinata voracità con cui mi sono cibato dopo l'arrivo. D'altronde, mi studia con affettuosa curiosità da anni. E prima di partire ho fatto un terzo giro di cibo.
Valerio, con cui farò parlare l'ufficio affari legali per una questione irrisolta di royalties, mi ha rifornito di crema all'Arnica e Gianluca ha anche avuto il coraggio di dirmi che due ore e undici non è male come tempo.

Si si, peccato solo che loro non abbiano ancora le due ore nelle gambe.
Ci saremmo divertiti molto di più.

lunedì 24 gennaio 2011

WOW!


Ho appena finito di leggere il resoconto semiserio della prima gara ufficiale di Piovono Runners ed è con un sentimento di ammirazione e invidia che vi faccio i miei complimenti.

Come accennato nell’ultimo scritto, sabato avrei dovuto andare a correre con mio fratello, ma alla fine è stato spostato il tutto a domenica. Non nascondo di essere stato ben lieto nel assecondare la sua richiesta. In primis perché venerdì sera ero davvero stanco. Si concludeva la mia prima settimana di allenamento in cui in sette giorni, con cadenza di un giorno si e uno no, ho corsicchiato. Certo con sessioni che non hanno mai superato i 25 minuti, ma da zero a venticinque il passo è enorme. Secondo perchè, come sapete lei mi consigliava la domenica, e siccome il monito aveva ricominciato a riecheggiarmi nelle orecchie e visto quello che mi è successo lunedì scorso, mi sentivo più tranquillo nel sapere che nessuna entità soprannaturale mi avrebbe punito per la mia stupida spocchia. Di conseguenza ho accolto questo cambio di programma come quando da piccolo riuscivo a convincere i miei genitori a farmi stare a casa da scuola il giorno seguente. Felice come una pasqua.

Lo so, un vero runner non dovrebbe mai desiderare di paccare un allenamento, ma io non lo sono ancora, non ero nemmeno un vero aspirante prima di domenica e quindi penso mi sia concesso avere ancora una doppia personalità, però per cercare di concludere al meglio la metamorfosi ho acquistato la biografia di un uomo che ha fatto suo il motto “mens sana in corpore sano”. Ho comprato la biografia di Keith Richards.

A parte gli scherzi vi giuro che mi è proprio servito quel giorno in più.

Domenica mattina quindi come un vero runner sono sgattaiolato fuori di casa, ma non alle 6 del mattino, e anche io ho cercato di non svegliare Fede, ma non ci sono riuscito (scusa amore).Ve l’ho detto che non lo sono ancora.

Comunque erano le 10 del mattino, il sole era alto e in effetti la giornata era qualcosa di pazzesco, almeno fino a quando rimiravo il cielo azzurro e limpido da dentro casa.

Fuori c’erano 2 gradi.

Certo a confronto delle temperature da gulag siberiano dove stavano correndo i nostri moschettieri, io ero alle Barbados, ma vi assicuro che il primo impatto non è stato proprio piacevole, nonostante mi fossi munito di tutto quello che è necessario per correre all’aperto a gennaio.

Ed ecco il momento che stavate bramando, la descrizione della mia mise. Subito voglio precisare che si tratta di indumenti tecnici che agli occhi profani di alcuni di voi suoneranno ridicoli e buffi, ma invece sono tutt’altro, anzi sono anche molto belli e da uomini veri!

(Il paragrafo seguente va letto con la voce di Fantozzi, come quando descrive il suo abbigliamento e quello di Filini durante la loro partita di tennis nella nebbia…)

Sopra ho abbinato una maglietta a maniche lunghe con interno in pile leggero, nera con sottili inserti arancioni stile Tron. Sempre sopra avevo una maglietta con la zip a maniche lunghe verde acido fosforescente, più spessa da usare come felpa, anche se aveva un decimo del peso e teneva quattro volte tanto il calore. Ai piedi le mie fidate asics e poi, dulcis in fundo, i pantaloni da corsa aderenti che belli belli non sono, ma essendo felpatini all’interno alla fine tengono un gran caldo, se ti muovi ovviamente. Ah dimenticavo che al collo avevo un collo di pile, mentre non avevo nulla come cappello o come guanti. Per la testa poco male ma per le mani, all’inizio ho molto invidiato i guanti a mio fratello, e ho solo potuto accontentarmi di allungare le maniche della maglietta nera e infilare i pollici negli appositi buchi così da coprirle parzialmente.

Avendo deciso di correre nella mia zona, le opzioni erano due, o correre zona S.Siro-Lotto-Ippodromo o andare a correre al Monte stella, o come viene più appropriatamente chiamata Collinetta di S.Siro.

Ho optato per la seconda, anche perché è un must, e quindi ho pensato fosse il posto ideale per la mia iniziazione.

Per chi non è mai stato alla Collinetta di S.Siro, si tratta di un piccolo promontorio che è stato costruito con i detriti causati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, e le piste dove correre, girano tutte attorno alla collinetta e si arrampicano anche sopra, creando una spirale.

Iniziamo quindi il nostro riscaldamento, un paio di minuti di camminata, in cui gli spiego che ho un allenamento stabilito, e che dobbiamo avere un passo che ci permetta di chiacchierare perché è così che consigliano, e partiamo. Come vi avevo raccontato, l’ultima volta, le caviglie ad ogni appoggio mi facevano male, sembrava come si incassassero ad ogni appoggio, e invece domenica nulla, fresco come una rosa. Mi sentivo le gambe leggere, tonico, e nonostante stessimo chiacchierando, non avevamo un passo poi così lento. Tutto merito di quel benedetto giorno in più.

Tutta questa sicumera ha fatto sì che dopo qualche metro in scioltezza decidessimo di assaltare la spirale.

Da zero fino alla prima curva ho tenuto benissimo, poi alla seconda curva le gambe leggere sono diventate decisamente più pesanti, fino a diventare come di colla attaccate all’asfalto, con il cuore a mille. Proprio in quel momento ci passa una tizia che ho pensato essere il frutto del mio cervello in debito di ossigeno. E non perché fosse una visione celestiale, ma perché un momento prima c’era e un momento dopo era svanita, e soprattutto perché aveva la stessa capigliatura della Principessa Leila di Guerre Stellari. La seduta ha proseguito con me che stavo zitto, muto, totalmente sprovvisto del dono della parola, che solo in sporadici momenti di pochi secondi riacquistavo, per poi tornare nel mio mutismo

Sul finire in un momento di apnea, quando oramai l’allenamento era diventato un “si corre fino a scoppiare”, mio fratello cercò di spronarmi a raggiungere la fontanella tanto agognata facendomi notare che ci stava superando la Principessa Leila e lì capii che non ero diventato matto.

Ora però posso considerarmi un aspirante runner! Speravo di essere più prestante ma va bene così, ho avuto il mio battesimo della strada, ho provato l’ebrezza di correre e macinare davvero chilometri e questo mi basta. Per migliorare c’è tempo.

No no non mi sono dimenticato, ve l’avevo promessa ed eccola la foto, mi rimetto al pubblico ludibrio ma conscio del fatto che noi veri uomini runner è così che affrontiamo il freddo che gli altri invece fuggono al calduccio a casa. J












Ultimo ma non per importanza, voglio ringraziare Cristiano e Carlo per avermi concesso l’onore di essere nominato ufficialmente collaboratore di Piovono Runners e avere così il mio nome in alto a sinistra.

Wow!

Grazie.

Quattro runners, una domenica (con foto!)

Se ti svegli alle 6.43 della domenica mattina e non ti incazzi. Se ti cambi al buio, mangi prodotti mollicci delle Enervit al buio, sgattaioli fuori di casa come un ladro al buio alle 7.00 del mattino,sempre di quellamaledetta domenica (la bionda è laggiù nel letto, emerge solo la testa, mi sta silenziosamente imponendo di non svegliarla). Se alle 7.15, al buio, trovi altri tre personaggi bui, assonnati e infreddoliti in Via Marghera e se quei tre sono gli unici esseri viventi che hai incrociato da casa tua a lì, tranne il simpatico fattone ipotermico che cercava mozziconi di sigaretta affogati nei bicchieri di birra, in Via Vetere (lui sì, il vero eroe, by the way). Se impacchetti quei tre personaggi e le le loro sacche nella tua Mini e metti in moto. Se infili un'autostrada lunare e ogni chilometro che fai la temperatura esterna scende di mezzo grado. Se a un certo punto il termometro segna -5. Se arrivi a Vicolungo e l'outlet è deserto. Se tagli attraverso paesi addormentati, con nemmeno la soddisfazione del tipico anziano del paese che ti guarda passare (l'attenzione curiosa con cui l'anziano seduto fuori da un bar, in un paese di campagna, monitora il passaggio di auto non appartenenti ad abitanti del paese stesso è una cosa che mi ha sempre entusiasmato). Se Carlo non si è addormentato in macchina. Se Carlo scende dalla macchina e non si lamenta nemmeno troppo (un pochino sì). Se una volta sceso ti avvi a piedi e non sei solo, ma lentamente entri a far parte di un piccolo flusso di persone mute e infreddolite, ma che sembrano sapere molto bene dove andare. Se arrivi, intravedi la partenza, il gonfiabile che segna la linea da cui inizierà la gara.
Se dopo tutto questo sei felice di esserti svegliato, di essere con quei tre, di essere lì, allora forse puoi dirlo: sono un pochino runners pure io. Molto principiante, molto sgarruppato, molto migliorabile.
Però cazzo, è bello.

Eccoli, i tre appena arrivati a Casalbeltrame:

Prendiamo posto sulle gradinate del palazzetto e lentamente, molto lentamente ci cambiamo. Lo scoglio più grande è togliersi la roba che abbiamo addosso. Per la gente normale forse sarebbe più difficile accettare di indossare quello che stiamo per indossare, ma noi runners questa paura della tutina aderente, della fascetta in testa da Jane Fonda, della scarpa o della maglietta dai colori improbabili l'abbiamo già vinta.
Ci guardiamo mentre ci mettiamo le cremine o la vasellina anti irritazioni senza nemmeno farci battute omofobe, pensate.
Il momento della partenza si avvicina. Usciamo e riaffrontiamo il gelo. Eccoci:
A me hanno appioppato un pettorale a due cifre da etiope, e la cosa mi preoccupa (di solito nelle gare i pettorali a due cifre sono riservati agli atleti top runner, ma quando ce ne sono pochi li ridistribuiscono un po' anche ai parvenu). Per le stesse ragioni Carlo, che lo ha di tre, lo voleva a quattro cifre e ha anche mentito sull'età dichiarandosi un reduce della Grande Guerra, ma l'organizzazione non ha voluto saperne. Entrambi ci ritroviamo quindi con un carico di aspettative sulle spalle che ci impone uno sforzo extra.
Per riscaldarci cominciamo una corsetta. Guidati dall'istinto svoltiamo nella prima via a destra, dietro la partenza, e ci ritroviamo al cimitero. Ci impegniamo a non prenderlo come un segnale da Lassù, giriamo i tacchi e torniamo alla partenza, dove adesso s'è formato e compattato il gruppo dei podisti.
Siamo ai minuti immediatamente precedenti lo start, quelli delle pacche di incoraggiamento, degli sfottò, delle spintarelle per avvicinarsi un po' di più alla linea, del controllo del gps, di quella voce dello speaker che dice qualcosa che non distingui, di We Will Rock You negli altoparlanti per caricare i podisti. Arriva lo sparo. Se lo senti bene, altrimenti ti ritrovi lo stesso a muoverti, volente o nolente, nel fitto millepiedi dei runners in cui sei ingabbiato.

Dopo 13 secondi non vedo già più Valerio, dopo 20 nemmeno Carlo. Si allontanano in direzioni opposte. L'uno verso il suo record personale, l'altro verso una dura lotta per non retrocedere (da tifoso del Toro, mi appassiona di più la sua gara, ovviamente...). Rimaniamo io e Gian, buon ritmo entrambi, passo similare e un andazzo sotto i 4'30 di media che fa ben sperare. Mi correggo, io, Gian e La Locomotiva. La Locomotiva è un uomo di circa 50 anni, pelato, di corporatura media, che mi accorgo di avere appena dietro di me dopo circa 4 km. Avete presenta una Locomotiva? Tutum-tutuum, tutum-tutuum..Ecco, il nostro soggetto produce la stessa emissione di suoni a ritmo binario. Peccato che questa battitura sonora non provenga né dal suo cuore, né tanto meno che so, dal suo passo. No, viene dalla sua gola. Il tizio, a ritmo regolare e continuo, raspa schiarendosi la gola e scaracchia. Raspa e scaracchia. Al ventesimo raspa&scaracchia nell'arco di due minuti mi giro per osservarlo con un misto di schifo e ammirazione: avete presente quando osservate i calciatori che buttano fuori il muco da una narice tappandosi l'altra? Non è un bello spettacolo ma desta ammirazione e alzi la mano chi, tra gli uomini, non li ha invidiati e non ha provato una volta a farlo sui campetti di calcio, scontrandosi inevitabilmente con un fallimento e con un residuo di muco sulla maglietta, tra il collo e il petto.

Al 10km mi si stacca il pettorale per colpa delle maledette spillette. In realtà non aspettavo altro, perchè cominciavo a non farcela più a quel ritmo. L'incidente mi fornisce la scusa perfetta per staccarmi da Gian, rallentare, bermi un tè al ristoro e ripartire.
Tra il 10 e il 13 km è solo noia e fatica. Breve excursus sul paesaggio: giornata fredda ma con un sole bellissimo, peccato che la varietà di paesaggi che si fruisce correndo a Casalbeltrame è pari a quella che potete godere correndo su un tapis roulant in un seminterrato. Sterminati rettilinei in mezzo a risaie ghiacciate. Risaie ghiacciate delimitate da sterminati rettilinei. Sterminate risaie puntellate da rettilinei gelati.
Al 14esimo raggiungo un gruppetto e mi sintonizza sul loro ritmo. Serve sempre, quando non sei del tutto lucido da solo.
Al 15esimo, avvicinandomi al punto di ristoro avverto un entusiasmo immotivato tra la folla che mi vede arrivare. Sorrisi, grida, incitamenti. Lettori appassionati di Piovono Runners? Prima che nel delirio di fama io mi accinga a ricambiare i saluti, mi accorgo che incitano Linus. Linus? Dove cazzo è Linus? Mi accorgo che è da un po' che lo seguo, è quello che corre dieci metri davanti a me, da un km almeno. La scoperta mi galvanizza e ridà un senso alla mia gara in un momento in cui avevo già capito che il famoso 1h35'' non l'avrei mai raggiunto.
Decido di braccare Linus. Mi apposto dietro di lui, paziente come un felino maculato e ne fiuto le tracce per un paio di km, tutto intento a non farmi sgamare né da lui, né dai suoi scudieri che gli corrono attorno. Eh già, perchè chissà come si sarebbe spaventato se avesse scoperto che gli correvi dietro tu, Cristiano "AbeleBikila" Girola, pettorale 72, vero?
Comunque, ho deciso che fumarmi il deejay brizzolato rappresenterà l'obiettivo della mia gara e tant'è.
Al 17esimo si presenta l'occasione, un cavalcavia spietato. Stabilisco che quello sarà il punto dell'attacco. Appena inizia la salita accelero, è il momento giusto per capitalizzare i vent'anni di differenza anagrafica che ci dividono. Lo raggiungo, lo passo, volo inarrestabile mentre lui tiene il suo passo. Mi butto a rotta di collo giù dalla discesa, senza guardarmi indietro. Al termine del cavalcavia c'è una curva quasi a U, mi giro con un certo timore, per osservare l'esito del mio atto eroico: gli ho dato una cinquantina di metri, ce l'ho fatta!
Ho dato una lezione a un uomo canuto di 50 anni, ma lì per lì mi godo la scena.
Ti piace vincere facile? Bonci-bonci-bo-bo-bo...

Da lì in poi amministro il vantaggio su Linus, supero un'altra manciata di scoppiati negli ultimi tre km e arrivo al traguardo con il solito sprint senza senso sul tappeto rosso. Non ha senso ma è bellissimo. Anche quello dà l'idea illusoria di essere runners veri. Ecco le prove del risultato cronometrico:

1h37'25'', non è l'1h35'' ma è comunque un miglioramento di 2 minuti rispetto al mio precedente personale.
Mi godo lo speaker che annuncia l'arrivo di Linus, ritrovo Gianluca e Valerio che sono affaticati come due che abbiano appena finito un torneo provinciale di sudoku, recupero la borsa, mangio qualcosa, ritiro il pacco gara, raggiungo gli altri al nostro meeting point sulle gradinate del palazzetto. Dopo qualche minuto qualcuno inizia a chiedersi di Carlo. Dopo qualche altro minuto iniziamo a fare battute su Carlo. Dopo un altro paio di minuti qualcuno propone di inviare dei sommozzatori in risaia così, giusto per essere sicuri. Torniamo al traguardo e aspettiamo un po' lì. Niente. Vabbè, arriverà. Torniamo sulle gradinate. A un certo punto, eccolo. è in piedi in mezzo al Palazzetto. Non guarda niente, nessuno. è immobile con le mani piene di cracker e fette
biscottate e le mastica con la rapidità dello scoiattolo accoppiata alla flemma del pitone. E' una scena difficile da definire, me ne rendo conto. Ci sbracciamo ma non ci vede. Lo chiamiamo ma non ci sente. Basiti, lo vediamo che esce di nuovo dal Palazzetto. Ci chiediamo se sia il caso di preoccuparsi. Non facciamo in tempo, lo vediamo rientrare dalla parte opposta. Ha nuovamente saccheggiato il banco ristoro e ora sembra più lucido. Ci vede. In meno di tre minuti riesce anche a salire i venti, sadici, scalini che portano alla gradinata. Eccolo, eroico:

La sua gara e i suoi tempi li lascio raccontare a lui, ovviamente.
Ed eccoci, i campioni che per la prima volta hanno corso e finito una gara ufficiale insieme:


E' vero, va detto: i nostri "ospiti" sono stati più bravi di noi. Valerio, oltre ad essere un ragazzo simpaticissimo, mi ha dato 10 minuti di distacco: vanta fisico, testa e conoscenze alimentari da runner serio (memorabile la scena in cui lui racconta che due settimane prima della Maratona sarebbe meglio ridurre il consumo di dolci con, in controcampo, le facce stralunate e un po'deluse di me e Carlo). Ha anche un blog bellissimo, divertente e sicuramente più serio del nostro, Trovate il link qui accanto, a destra. Dategli un'occhiata. Gianlu ero riuscito a staccarlo alla Milano-Pavia ma solo grazie ad un suo indurimento muscolare e oggi mi ha restituito la lezione, ristabilendo le giuste gerarchie.
Li ringrazio, perché la gita domenicale con loro è stata divertentissima.
Grazie a loro e grazie al grande, ostinato, inarrestabile Carletto.

L'ultimo ringraziamento è per lei. La bionda, per premiare il mio sforzo nel correre ma soprattutto nel non averla svegliata alle 6, mi ha fatto trovare questa tavola:
L'unica cosa che non ho mangiato è quella presina che campeggia nel mezzo della foto, ma solo perché sapeva di bruciato.