giovedì 20 gennaio 2011

Per aspera ad astra

Ports of Call.
Era questo il nome del gioco. Me lo ricordo come se fosse ora. Parafrasando una frase entrata nella storia delle mie cazzate: "Ho ricordi vividissimi di questo gioco". Come di Persia a Formentera. Un anno prima che ci conoscessimo.
Ma il punto, in questo caso, è un altro. Il punto è che sto soffrendo, ma attraverso il dolore (le difficoltà, letteralmente) si può arrivare in alto, molto in alto. Fino alle stelle, dicevano i Latini. Noi, abbietti cittadini del nuovo millennio, abbiamo ribaltato il concetto e diciamo che dalle stelle si può cadere molto in basso, fino alle stalle.
Alle volte mi chiedo se questo secondo proverbio non sia una presa per il culo della Natività, ma dicembre oramai è lontano e quindi non procederò oltre. Ho già dato col Gesù bambino orfano di padre nel mio presepe (l'ho perso...). Per questa volta la blasfemia è evitata.
Torniamo al giochino elettronico.
Veniva via insieme al primo windows che sia mai stato prodotto, il quale, a sua volta, era in dotazione ai personal computer quando ancora venivano indicati con la dizione "IBM Compatibili". Il mio era un Olivetti i286.
Scopo del gioco era diventare l'armatore più potente del mondo, e all'inizio ti chiedeva di scegliere un motto per la tua compagnia. Non so spiegarmi come, ma le mie flotte battevano sempre bandiera Inglese ed il motto era proprio quello: "Per Aspera ad Astra". Porto preferito, Karachi, perché si potevano comprare le armi di contrabbando.
Il motivo? Come rilevato da qualcuno, sono pigro ed indolente, ed almeno nella finzione volevo che il mio Avatar fosse uno di quei personaggi tutto palle ed azione. Un po' come si dice di quegli uomini che, maschi Alfa e dominanti nella vita, cercano esperienze di umiliazione nei rapporti intimi con le donne. Alla moda di Mosley, per intenderci. Insomma, si cerca nel gioco, nella finzione, ciò che non si è o non si ha nella vita.
Questo accadeva quando avevo dodici anni.
Forse, semplicemente, cerco adesso significati che non erano.
Quale che sia la risposta all'arcano mistero, il fatto è che ho un ginocchio gonfio e dolente. Non troppo gonfio, e moderatamente dolente. Il che mi fa sperare bene per domenica. Nel senso che spero di riuscire ad arrivare in fondo. La partecipazione non l'ho mai messa in dubbio, nemmeno per un istante. E se riesco a superare i primi chilometri, di riscaldamento, sono convinto di riuscire a continuare a correre fino all'arrivo.
La stranezza vera è che lunedì e martedì, dopo aver corso diciassette chilometri venerdì e snòbbordato tutta la domenica, le mie ginocchia, in fin dei conti, stavano benone.
Invece oggi, dopo aver fatto ieri mattina una misera corsetta di soli dieci chilometri, a ritmo blando, il ginocchio sinistro fa male anche a camminare. Stasera bis di Tachipirina.
E finalmente parliamo di corsa.
Nuovamente paccato dalla collega di Studio, sono uscito di casa, più o meno, verso le sette della mattina. Era qualche tempo che non correvo prima di andare a lavorare.
Mi sarebbe piaciuto uscire alle sette meno venti, per avere più tempo, al rientro, da passare sotto la doccia bollente. Ma la sera non mi ero preparato l'attrezzatura e, dunque, non trovavo nulla.
Soprattutto non ho trovato gli scaldamuscoli sottili che metto sempre in questo periodo. Non ho trovato la maglietta tecnica a maniche lunghe. Quella che metto sopra la maglietta tecnica intima. Non ho trovato la maglietta tecnica a maniche lunghe intima. Non trovavo nemmeno i pantaloncini.
Di necessità virtù, si dice.
Ed allora ho recuperato un paio di pantaloncini di cotone leggero. Li usavo al liceo, quando ancora credevo che essere alti non fosse prerequisito per giocare a pallavolo.
Dopodiché, ho rinvenuto una magliettina a maniche corte. Tecnicissima, per carità, ma pur sempre a maniche corte.
Ed infine, per completare in bellezza la tenuta, ho infilato una maglietta in cotone a maniche lunghe. Della casa editrice Salani. Pubblicizzava un libro di Ammaniti: "Io non paura".
Ispirato da Ammaniti ho affrontato con ardore la porta di casa e sono uscito. C'è mancato poco che rientrassi immediatamente. Il muro di freddo che ho incontrato era veramente impressionante. Ciononostante, mi sono autoipnotizzato, convincendomi che correndo il freddo sarebbe scomparso.
Siccome sono facilmente suggestionabile, ha funzionato. Per i primi dieci minuti. Ma oramai era troppo tardi per rimediare all'errore e sono andato avanti a correre.
Inizialmente, era mia intenzione dirigermi verso il Parco Sempione, fare un paio di giri intorno al Castello Sforzesco e poi rientrare all'ovile. Non avevo tenuto conto che dove ci sono gli alberi fa più freddo. Ero ancora a più di 400 metri dal parco e già mi arrivava il suo gelido fiato. L'invisibile muro di ghiaccio mi ha guidato, quasi fosse un campo di forza insuperabile, verso via Melzi D'Eril. Poi mi ha sospinto all'interno verso via Vincenzo Monti ed, infine, verso via Dante.
A questo punto, l'orgoglio ha avuto il sopravvento e ho deciso di andare al Castello Sforzesco. Dritto verso il campo di forza.
Che bellezza!
C'era una leggera foschia che ne nascondeva la base e lo circondava completamente. Il portone di ingresso era aperto e dietro si intravedeva la piazza centrale. La città intorno era completamente nascosta. Ed il Castello, anziché sembrare il solito rudere ridicolo, si ergeva imponente. Mi ha attirato dentro di sè come un mostro marino. L'ho attraversato da parte a parte e sono sbucato là dove volevo sin dall'inizio. Nel Parco.
Qua ho incrociato un sacco di tizi strani. Erano tutti vestiti uguali. E mi guardavano come fossi stupido. La mise degli antipaticissimi era la seguente.
Scarpe da running. Tuta nera aderente e coprente. Guantini neri. Quasi tutti correvano. Uno aveva un cane. Non c'è che dire, complimenti. Vestirsi così per pisciare il cane merita un encomio.
Sulla via del rientro ho iniziato a sentire davvero freddo. Polpacci rigidissimi, quadricipiti ghiacciati, ginocchia insensibili, sguardo spento e viso di cemento. Meno male che prima del congelamento sono riuscito ad infilare l'uscio di casa
Sarà per via del freddo, non lo so, può essere che abbia impedito alle articolazioni di scaldarsi a dovere. Fatto sta che cammino male e devo prendere antinfiammatori e antidolorifici. Ma, come dicono gli Inglesi. No Pain, No Gain.
E su questa, credo sia proprio il caso di calare il sipario.

p.s. alla fine Valerio, runner-blogger indipendente, verrà con noi alla Mezza di SanGaudenzio.

4 commenti:

  1. Lei (la tabella) è il mio piccione, io (Carlo) il suo monumento ;-)

    RispondiElimina
  2. Secondo me tu sei grippato...

    RispondiElimina
  3. Tutto può essere, caro Shez :)

    RispondiElimina
  4. Ports of Call... giocato su Amiga sulla rotta Rotterdam-Calcutta (ma qualche valigetta sospetta l'ho portata anch'io) prima di avere l'illuminazione: smettere di commerciare in merci ed iniziare a commerciare in navi!

    Allora iniziai a comprare navi quando i prezzi erano bassi per poi rivenderle 'mesi' dopo quando i prezzi erano oltre il limite che mi ero prefissato.

    Con questo sistema il gioco divenne una passeggiata e ritornò nel cassetto, ormai "smontato". Un bimbo però aveva trovato da solo la via dell'alta finanza.

    Fu una bellissima esperienza, un gioco semplice e affascinante mai copiato dal mondo dei videogame che ormai non fa altro che riciclare se stesso soffocato da cronia mancanza di idee, busget troppo alti per prendersi rischi, mancanza di figure geniali (forza Chris Roberts, realizza il sogno di Space Citizen!).

    Grazie per questo momento nostalgico :-)

    Per aspera ad astra!

    RispondiElimina