mercoledì 22 febbraio 2012

Appuntamento con la Storia - parte I

Questo post sostiene la campagna: Di corsa per la De Marchi. Se ti sei perso il lancio della campagna, ciufoli tuoi, questo è il link del lancio. Qui, per contribuire alla campagna.

Mentirei se dicessi che arrivavo sereno all'appuntamento con la storia. Scusate, la Storia.
(nella foto: l'immagine di un uomo distrutto)
Domenica 19 febbraio 2012 avrei corso la mezza maratona di Verona. Gli organizzatori, in un impeto di creatività l'hanno chiamata Giulietta & Romeo Half Marathon (associazioni mentali: San Valentino, Verona, Shakespeare, Baci Perugina, mezza maratona).

Da ragazzo interpretai Romeo in una recita scolastica (altro che Di Caprio!), sono legato alla figura di quel giovane sfigato innamorato e capellone, che ero quando interpretavo Romeo. E poi Romeo si arrampicava sull'edera. Non come quella innamorata sfigata di Giulietta, che passava tutto il tempo sul balcone a lagnarsi delle rose, che fece venire un infarto al povero Romeo fingendosi morta, che ha ottenuto dalla storia una statua di bronzo dalla tetta consumata, il nome di un auto, e l'interpretazione di un'attrice che nessuno si ricorda perché tutti pensano che sia la Winslet a recitare insieme al Di Caprio in quel capolavoro da bimbiminkia che fu Romeo+Juliet. Grande rispetto, invece, per Romeo, er mejo der Colosseo. Per questo chiamerò la mezza maratona di Verona, Mezza di Verona. O al massimo la Romeo & Giulietta Half Marathon.

Ma in questo post non parlerò della Romeo & Giulietta Half Marathon. Se ne occuperà la seconda parte di "Appuntamento con la Storia".

Vi parlerò di quanto successe prima del 19 febbraio 2012. Sapete già ciò che successe a Santa Cristina. E se non lo sapete potete leggere questo chilometrico post http://piovonorunners.blogspot.com/2012/02/santa-cristina-che-frec.html, o questo essenziale riassunto: corsi 30 km in 2 ore e 43 su percorso collinare a -14° e 75% neve fresca.

Il risultato di quella esilarante impresa sono stati quattro giorni con i polpacci distrutti e due settimane con un piede dolorante. Dei 160 km che avrei dovuto correre nelle settimane successive ne corsi circa 40. Degli 11 allenamenti ne feci 3. Il modo migliore per approcciarsi alla Mezza di Verona. E per raggiungere il traguardo di scendere sotto le 3 ore alla maratona di Milano.

Ma in questo post non parlerò degli allenamenti mancati, dell'ira funesta e del freddo pungente. Parlerò di Storia.

E' sempre una giornata storica quando corrono i Marziani.
(nella foto: no, scusate, non credo ci siano perifrasi per descriverci. Nella foto: i Marziani)
E io ero molto triste. Come me lo erano tutti quelli che correvano e folleggiavano per Milano.

Il tema della Missione era "Prova d'orchestra". Si correva per La Strada, una onlus milanese che si occupa di adulti e minori in difficoltà, adolescenti a rischio, dispersione scolastica, tossicodipendenze, senza fissa dimora, minori vittime di maltrattamenti e abusi.

Dovevamo raccogliere 1500 euro per La Strada e divertirci. Purtroppo nessuno è riuscito a divertirsi.

Si correva per La Strada. Ma anche per i marciapiedi e dentro la Galleria Vittorio Emanuele. E il tono di questa "battuta" dovrebbe far capire quanto poco ci siamo divertiti. Tristezza.

Come sempre, la Missione è partita con giorni di anticipo. Non tutti sanno che esiste uno Zoccolo Duro marziano. Lo Zoccolo Duro è un animale, frutto di un'evoluzione darwinianisticamente precisa. Tra i tanti folli che corrono alle Missioni, se ne sono autonomamente selezionati di più folli che si occupano della preparazione dell'evento.
(Nella foto: la femmina dello Zoccolo Duro)
Io dovevo amaramente correre la Mezza di Verona. Sapevo in anticipo che non avrei potuto aiutare. E ciò, come potete immaginare, mi procurava ancora più dolore.

Con gioia (spersa nel mare di lacrime che è l'esistenza) ricevetti un appello last minute, venerdì sera, dal folle dei folli che folleggiano.
cari vicini di casa (o quasi), chi di voi può aiutarmi dopo cena per
tagliare/attaccare i fogli degli strumenti sui cartoni?
ieri ne ho distribuiti la metà, ma me ne restano UN BORDELLO

dopo cena?

un NO non crea problemi
Risposi subito di sì. Con dimesso entusiasmo. E dopo essere uscito dall'ufficio alle 21.17, avere mangiato velocemente in un ristorante cinese di Via Sarpi, mi presentai alle 22.39 sotto casa del vicino di casa. Roba che neanche Normalman.

Il mio compito fu di sagomare e far combaciare scatole di cartone e strumenti stampati su A0. Ecco un'immagine scattata all'1.30 di notte.
(nella foto: mestamente riflettevo "e chistu comu o 'ncasu"
trad. "come posso sagomare e far combaciare questo strumento grande quanto l'Africa")
In qualche modo finimmo. Alle 2. Il giorno dopo si folleggiò per La Strada (e per il marciapiede, etc.). Con mestizia, naturalmente.

Io non corsi con gli altri, per non affaticare le gambe prima della Mezza di Verona. Li seguii in bici. Seguire in bici una missione dei Podisti da Marte è comunque divertente. Non è come prendere parte alla follia. Però consente di respirare l'entusiasmo e la gioia di oltre 100 persone che ridono, corrono, camminano, saltano, ballano, dirigono orchestre, fanno le smorfie ai fotografi, suonano strumenti di cartone, corrono attorno ai giapponesi, scherzano coi russi.

Solo che io ero triste. E la tristezza è il raffreddore dell'anima. Come insegnano i bigliettini dei baci perugina scritti da Moccia.
(nella foto: al centro un uomo triste sulla sua bicicletta)
Non riuscii, pertanto, a gioire delle farfalle che svolazzavano soavi per Milano.
(nella foto: la prova che i Marziani non indossano le mutande) 
Né delle cinque volte che i Marziani si fermarono a suonare e a ballare, attirando spettatori dai cinque continenti.
Né quando si esibirono alla Scala.
(nella foto: un'orchestra magistralmente diretta)
Né quando si esibirono in Piazza Duomo.
(nella foto: tanta, tanta, tanta desolazione)
Né, infine, leggendo i racconti e guardando le foto della Missione sul sito dei Podisti Da Marte.
(nella foto:  un compagno di sventura)
Sì, insomma, non mi sono divertito per niente. Non lo spirito giusto, prima della Romeo & Giulietta Half Marathon. Mancando l'allegria, come potevo sperare di migliorare il tempo sulla mezza maratona?

L'allegria è il profumo della corsa, come direbbe Tonino Guerra. E io ero raffreddato.

[Fine della prima parte]

Questo post sostiene la campagna: Di corsa per la De Marchi. Che ti sia piaciuto o no, puoi fare una donazione cliccando sul link qui sotto e combattere la tristezza nel mondo

lunedì 20 febbraio 2012

5x(4000 a RG+20 con 1000 a RG-20)...cosa?!?!

C'eravamo lasciati ieri su twitter (a proposito, seguiteci: @piovonorunners) e facebook (http://www.facebook.com/PiovonoRunners) con quello che più di un programma d'allenamento, sembrava un'equazione di secondo grado:

5x(4000 a RG+20 con 1000 a RG-20)


E visto che qui ci piace pure fare un po'di didattica base per quelli che ci seguono non in quanto loro stessi runner ma solo perché noi autori del blog siamo uomini di una bellezza sconquassante, mo ve la  raccontiamo meglio.


Running for dummies - volume 1

Innanzitutto posso confermare che si tratta non di un'equazione di secondo grado, ma di un allenamento di corsa.  Vado per esclusione, visto che le equazioni di secondo grado non le ho mai capite, mentre questo programma credo di essere riuscito a portarlo a termine in maniera più o meno ortodossa.
Allora, per come l'ho capita io, trattavasi di allenamento da fare così: per 5 volte correre prima quattro km a 20 sec sopra il ritmo gara (il ritmo gara è tipo una preghiera, un "mi piacerebbe", una roba autocertificata che ognuno si racconta per motivarsi: tipo che uno dice "Voglio fare la maratona a 4'50'' al km" e gli altri dicono "Ah, ok") seguiti ogni vota da un km da correre 20 sec sotto il ritmo gara.
In pratica non sono delle vere e proprie ripetute, ma delle variazioni di ritmo per non addormentarsi sui ritmi stabili di un lungo. Insomma, in totale si fanno 25 km ma ogni 4 ci si dà una botta di vita.
Non avevo mai fatto un allenamento del genere. Anche perché io adoro addormentarmi sui ritmi morbidi e monocordi di un lungo.

Ieri, oltretutto, per proseguire la mia indagine sui parchi milanesi ho puntato per la prima volta sul Parco delle Cave. Non ha nessun senso andare da casa mia (Porta Venezia) al Parco delle Cave, a meno che uno non sia spinto da due motivazioni: completare il post (prossimo venturo) che comparerà i parchi milanesi e/o cercare di dare un significato almeno turistico all'ennesimo lungo della domenica (mi annoio MORTALMENTE a fare i lunghi sugli stessi percorsi, settimana dopo settimana).
Se state pensando ad obiettare rispetto al magnetismo turistico che può avere un posto come il Parco delle Cave, sappiate che sono d'accordo con voi.
Però, a parte le interessantissime cave, il parco in questione ha un pregio: va a costituire una specie di distretto verde quasi ininterrotto con il Bosco in Città e Trenno, rendendo tutta la zona un luogo parecchio interessante per costruirsi percorsi di running variegati e protetti dal traffico.
Ma ci sarà un'altra sede per approfondire...

Ah, mentre io risolvevo equazioni e visitavo le cave, un Piovono Runner di nome Valerio stabiliva il proprio personale alla Mezza di Verona.

Se state pensando ad obiettare sull'interesse che può avere il post che ho appena scritto a confronto con quello che potrebbe scrivere Valerio sulla sua impresa , sappiate che anche qui sono d'accordo con voi.

domenica 19 febbraio 2012

Qui comincia l'avventura

Qualche settimana fa rilasciai questa intervista.


Lo so, è terribile. Avevo la cravatta storta. E sto video l'hanno pure pubblicato qui. Che vergogna.

Sarò breve. Ho bisogno di 2.000 leuri. Il 2 maggio vado a Singapore e resterò lì almeno un anno. Studierò per un master costosissimo, per il quale ho avuto solo una borsa parziale. Ho necessità che qualcuno mi finanzi l'anno di studio e divertimento a Singapore e ho pensato ai lettori di Piovono Runners.

Questi soldi non dateli a me direttamente. Dateli alla Fondazione De Marchi attraverso questa pagina.

Mi hanno garantito che non li useranno per assistere le famiglie di bambini con emopatie e tumori. O per organizzare giochi e viaggi terapeutici per loro. O per erogare borse di studio per la ricerca sulle malattie infantili. Me li gireranno su un conto cifrato a Singapore, di modo che li possa spendere tutti in mojito Singapore Sling.

Aiuta la Fondazione De Marchi ad aiutarmi.

Maggiori informazioni nella pagina "Di corsa per la De Marchi" qui sopra.

Qui comincia l'avventura.


mercoledì 15 febbraio 2012

Ich bin ein Berliner (Raffreddaten)

A Berlino fanno una delle maratone più famose del mondo e la fanno a settembre,  che per parteciparvi un runner italiano dovrebbe piazzare gli allenamenti più duri tra fine luglio e agosto. Per carità, tanta gente lo fa. Ma avverto un certo compiaciuto sadismo teutonico nell'aver scelto quella collocazione.

A Berlino fanno uno dei festival cinematografici più famosi del mondo e lo fanno a febbraio, che per parteciparvi un addetto del settore italiano deve tirare fuori tutta l'attrezzatura high tech da Himalaya e passare una settimana burqizzato sotto chili di lana e piume d'oca, girando da un cinema all'altro. (A Berlino c'hanno i vialoni belli larghi, così il vento del Mare del Nord ci soffia meglio e viene a visitarti anche sotto sette strati di high tech da Himalaya). Per carità, tanta gente ci viene. Ma anche qui, l'odore inconfondibile del sadismo teutonico si sente piuttosto chiaramente nella scelta di febbraio.

A Berlino senti fortissimo l'odore sarcastico del sadismo teutonico se non arrivi con il raffreddore totale ed ermetico con cui sono sbarcato io. Perso l'uso del naso, annaspare a bocca aperta sotto il burqa aggiunge qualcosa di eroico all'esperienza di viaggio. Per cinque giorni non ho sentito un sapore che fosse uno di ciò che stavo mangiando. E questo non è necessariamente un male, in effetti.

A Berlino ti rifugi la sera nella sauna dell'albergo, inseguendo il sogno fondamentale di un po' di caldo artificiale e la trovi stipata di grassi tedeschi nudi. I più pudichi si avvolgono un asciugamano attorno alla vita. E poi però si siedono con le gambe completamente divaricate perchè loro sono gente concreta, che non ama lasciare spazio all'immaginazione.

A Berlino in discoteca puoi trovare una coppia di ragazzi che entrano vestiti di tutto punto con la divisa della nazionale tedesca: maglietta, pantaloncini, calzettoni e scarpe da calcio. Fuori c'erano -15 gradi. Li ammiri, fino a quando dieci minuti dopo vedi entrare uno con un cappello, una mutanda argentata e un paio di scarpe. Stop. E pensi che i due di prima erano creativi, ma incapaci di osare.

A Berlino corri comunque, se hai il demone del running che ti riscalda e la prospettiva di una maratona che ti aspetta a Treviso, il 4 marzo. Ti vesti come se fossi pronto a invadere una delle lune di Giove ed esci. Attraversi un parco bellissimo e completamente innevato ( A Berlino i parchi sono completamente innevati ma non ci trovi il ghiaccio killer tipico dei parchi milanesi di questa stagione. A Berlino c'hanno la neve antiscivolo, probabilmente), guardi il tramonto girando attorno alla cupola di vetro del Parlamento, passi sotto la Porta di Brandeburgo illuminata, punti la torre di Alexanderplatz ed entri in territorio sovietico. Poi senti le dita delle mani che si trasformano lentamente in stalattiti di ghiaccio insieme alla soddisfazione di aver fatto un'ora di corsa a -10 gradi e pensi che sei figo abbastanza.
Anche l'idea di rivedere i tedeschi nudi, in quel momento, assume una prospettiva nuova, allettante. E finisci a bollire in sauna, pensando quanto è dirompente e bella la libertà che ti dà la corsa di vedere una città in un modo diverso, che gli altri non potranno mai capire.

martedì 7 febbraio 2012

La tundra, la taiga e la Santa Maria

C'era una volta, un mese fa, un runner sulle soglie dell'autocommiserazione, fiaccato da influenze e mollezze natalizie, che il 9 gennaio interrompeva al 24esimo km il suo allenamento da 28 e mestamente si arrendeva, chiedendo un passaggio al tram per essere riportato a casa dalla Darsena, dove si era arenato come una nutria malferma.

Mancavano ormai meno di due mesi alla Maratona di Treviso e le premesse erano le peggiori che si potessero immaginare. Lo spread tra quel runner reale che si allenava il 9 gennaio e quel runner ipotetico che avrebbe dovuto portare a casa dignitosamente i 42 km e 195 mt  nella Marca era altissimo.
Merkel e Sarkozy se la ridevano di gusto.

Poi scattò qualcosa. La liberalizzazione dell'orgoglio, probabilmente. Il piano anti crisi muscolare, forse. Sta di fatto che quel runner arrancante nei tre weekend successivi ha infilato un 30, un 28 e un 32 non dico con scioltezza, ma con un crescendo incoraggiante di performance.

Domenica lo aspettava un allenamento mai tentato, i 35 km. Alla Maratona di Roma era andato con alle spalle al massimo un 32 e con tanto entusiasmo. Al 36esimo km si era inchiodato e aveva fatto gli ultimi sei con  il passo euforico dell'elefante che si avvia a scegliersi il loculo in cui morire.
Urgeva quindi arrivare meglio preparati, stavolta. Spostare il limite in allenamento da 32 a 35 poteva significare dilazionare il momento di crisi dal 36 al 39 (il runner ha fatto il classico e questi teoremi sono il massimo di raffinatezza matematica a cui riesce ad arrivare). La crisi al 39esimo è già una roba mica male, perchè a quel punto sei praticamente arrivato e sia mai che l'odore del traguardo possa trascinarti fin lì nonostante il serbatoio vuoto.

Ovviamente domenica, il giorno dei 35, era stato segnalato da tutti, da Giuliacci come da Nostradamus, come il giorno più freddo del periodo più freddo dell'anno. Quindi non si poteva dire di non sapere a cosa si andava incontro. Ma c'è stato di più. Una sorpresa. Nevicava pure.
Benissimo.
Il runner si era comunque preparato con la sua consueta capacità di sacrificare tutto in vista dell'obiettivo. La sera prima era andato a dormire alle tre dopo aver generosamente contribuito a finire un vassoio di tortelli alla crema, uno di chiacchiere, una bottiglia di amaro e una di Mirto.

L'impatto dell'uscita da casa condensava una sensazione simile alla somma di quello che provano la madre (un coro di dolorosi vaffanculo) e il neonato ("Cristo, la luce") nel momento del parto.
Il primo tratto ai Giardini di Porta Venezia è stato qualcosa di molto più simile allo short track che alla corsa. Una lastra unica di neve e ghiaccio. Una delle poche forme di vita presenti in quell'ecosistema ostile era Riccardo. Incontrato mentre pattinava con in testa il sogno della sua prima mezza, la prossima Stramilano. Ah, Riccardo sarà anche uno dei nostri staffettisti alla Milano City Marathon, quindi ve lo presenterò meglio un'altra volta.
Lo saluto e lo lascio nella sua tundra, diretto altrove. Punto sul Parco Sempione e lo trovo nel medesimo stato mortifero dei Giardini. Lo aggiro lungo la ciclabile, miracolosamente pulita. Punto verso la ex Fiera, correndo in uno scenario da insediamento abbandonato siberiano, con scheletri di palazzi in costruzione ricoperti di ghiaccio. Il prossimo traguardo da raggiungere è la Montagnetta di San Siro. Oggi sì che ha la dignità, e non solo il nome, della montagna. La circumnavigo con i piedi nella neve quasi fresca (anche qui, nessuno si è premurato di pulire i sentieri) osservando decine di puffi in slitta, più spesso ribaltati che dritti sulla slitta in effetti, inseguiti da genitori già pentiti giù per i pendii innevati. Incredibilmente non sono testimone di nessun incontro ravvicinato tra bambino, slitta e albero. Peccato.
Scoraggiato dall' impraticabilità dei parchi milanesi - ma tanto ormai sono lì - mi dirigo verso Trenno, girando prima attorno all'Ippodromo. Arrivati a Trenno, la magia. Una distesa unica di neve ma, miracolosamente, sentieri puliti, agibili, liberi.
Certo, la magia ha il suo prezzo. Trenno è al limite estremo di Milano e niente lo protegge dalle sferzate di vento gelido. Se nel resto della città faceva freddo, qui si gela seriamente. Meno dieci gradi è una stima credibile della temperatura in quel momento. Ma l'entusiasmo di trovare un parco di qui qualcuno s'è occupato, fa sopportare tutto. Si corre fianco a fianco, runners sui sentieri e sciatori di fondo sui prati. La scena ha il suo fascino, nonostante tutto. Lascio Trenno con una ventina abbondante di chilometri ormai percorsi e torno a riscaldarmi tra i premurosi scarichi delle macchine, verso il cuore della città.
Regalo "un inchino" alla mia vecchia casa di Via Osoppo, e ritorno verso la ciclabile che passa da Piazza Giulio Cesare. Quella almeno ho capito che è pulita e la seguo tutta, fino al Parco Solari. Il quale, in sintonia con i suoi colleghi del centro di Milano, è in uno stato pietoso, vittima del ghiaccio. Arranco e arrivo in Porta Genova, omaggio anche il Naviglio Grande, altro luogo culto della mia formazione, stavolta podistica, e punto verso Ticinese, Duomo, Corso Venezia...arrivo ai Bastioni, con l'odore di casa sotto mano e l'idea del vapore della doccia che mi appanna i pensieri e scopro che mi manca ancora un km. Porca Tr#@~.
I Giardini, come detto, sono quasi impraticabili e allora non mi resta che fare avanti e indietro la ciclabile dei Bastioni. Ci voleva una bella salita infilata nell'ultimo km: ricorda il percorso di Roma, con quel maledetto curvone ascendente attorno al Colosseo, a 500 mt dal traguardo.

Beh è fatta. Oggi, a due giorni da quell'impresa, coltivo fieramente un raffreddore totale, marmoreo, che impedisce l'entrata o l'uscita di qualsiasi spiffero da e per il mio corpo. Sopravvivo grazie alle branchie che mi sono aperto sul collo usando una graffetta, come insegna MacGyver.
Domani parto per Berlino, che è un posto splendido per svernare e riprendersi da un raffreddore e dal freddo di Milano.
I prossimi aggiornamenti arriveranno da lassù.

lunedì 6 febbraio 2012

Santa Cristina, che frèc!

Domenica scorsa, 5 febbraio 2012, ho corso il winter trail "Sentieri di Santa Cristina".

(nella foto: un survivor. Lo si riconosce dal sorriso cristallizzato dal ghiaccio)
Preciso subito che Santa Cristina è un luogo. L'affermazione sembrerà banale e superflua. Non lo è per i lettori abituali di Piovono Runners, abituati a mezze maratone dedicate a santi.

Si introducono qui due nuovi concetti su Piovono Runners: winter e trail. Trail vuol dire che la gara si corre prevalentemente su sentieri sconnessi, con salite e discese. Winter vuol dire che il trail si corre di inverno.

Il trail di Santa Cristina è stato decisamente winter. -15° alla partenza.

Il winter trail di Santa Cristina viene presentato in questo modo dagli organizzatori:

Nelle verdeggianti colline dell’alto novarese, una volta terre di vigneti ora di boschi di robinia, castagno e querce, con il Monte Barone e il Monte Rosa che fanno da guardiani, si corre la “SENTIERI DI SANTA CRISTINA".
Le competizioni si svolgono su percorso collinare lungo strade sterrate e single track, attraverso boschi, campi e vigneti con i loro caratteristici “casotti”, passando per le belle cascine della frazione.
Si sconfina anche nei vicini paesi, costeggiando un maneggio dove il galoppare dei cavalli dà ritmo alla vostra corsa e poi più avanti la  bella cascina Eurosia.
I continui saliscendi, l’attraversamento di guadi, tratti con pietraie e acquitrini, il divertente pistino dei ragazzi del motocross, rendono il percorso vivace e mai noioso… veloce ma tosto.
Non distraetevi, ma quando potete, assaporate il profumo del bosco, i colori dell’inverno, le nebbie mattutine, la galaverna sugli alberi e se alzate gli occhi vi accorgete che le nostre maestose montagne sono sempre là a farvi compagnia da lontano…

La galaverna sugli alberi. Che figata, pensai. E corsi ad iscrivermi. Ma non fu possibile. Non ero stato l'unico a sognare la galaverna. Le iscrizioni erano chiuse. Max 750 posti, esauriti subito. Santa Cristina!, ma non potevano evitare di menzionare la galaverna? Chiunque sarebbe disposto a correre 30km, veloci ma tosti, solo per ammirare la galaverna.

Caso volle che un amico marziano, iscritto, doveva andare fuori Milano per lavoro quel fine settimana. Conoscendo il mio interessamento per la galaverna, mi propose di sostituirlo. Santa Cristina!, accettai all'istante.

Poi nevicò. 50 cm di neve. 150 cm per il sindaco di Roma.

Ma si corre lo stesso? Pensai. Come me lo pensarono in molti e, per magia, sul sito dell'organizzazione comparvero le foto di persone che correvano con il titolo:

VISTO CHE BELLI I SENTIERI IMBIANCATI?



L'informazione mi sembrò un po' di parte e il sabato prima chiesi lumi a un luminare del trail: Stefano, marziano, podista, trailer, alpinista, titolare di Born to Run e promotore del Born to Run Trail Team.

"Stefano, ma si corre anche sulla neve?"
"Perché no?"
"30 km???"
"Perché no?"
"Ma ci vuole dell'attrezzatura particolare?"
"Oltre alle scarpe da trail, consiglio di portare le ghette, per evitare che la neve entri nelle scarpe, diventi ghiaccio e, alla fine del trail, ti debbano amputare i piedi."
"Ok. Allora prendo un paio di ghette."
"Eh, le ho finite. Ne avevo otto in negozio, ma le han comprate tutti quelli che corrono i Sentieri di Santa Cristina."
"Santa Cristina, che sfiga!"
"Comunque ho una buona notizia per domani."
"Quale?"
"Ieri le previsioni per la gara davano -16° alla partenza. Oggi -14°."

Compro due gel per rifocillarmi durante la corsa e torno a casa a preparare il bagaglio per il giorno dopo. Oltre alle disposizioni testamentarie.

La sera del sabato la passo in compagnia. Durante una discussione sui miei tempi nella corsa mi produco in un discorso allucinato e sboroneggiante: "10 km li corro in 40 minuti, 21 km in 1 ora 24 minuti, 30 km li corro tranquillamente in 2 ore e 15 minuti. Domani ci saranno un po' di saliscendi, non so esattamente in quanto finisco la gara. Comunque in meno di 2 ore e 30 minuti." "Poffare!" risponde l'interlocutore dissimulando uno sbadiglio.

La mattina di domenica mi presento da Born to Run, in Via Cagnola. Il punto di ritrovo per andare a Santa Cristina con Stefano e Monica. Partiamo allegri e spensierati. In macchina c'è proprio un gran caldo e il termometro esterno segna -5°. Chissà, magari non scende di tanto. In fondo Santa Cristina è in collina, mica in montagna.

Entrati in provincia di Novara, immediatamente, il termometro scende a -12°. Santa Cristina!, pensai.

Immaginavo che non si sarebbe presentato nessuno. Chi è così sciocco da correre 30 km in mezzo alla neve a -15°, la temperatura che troviamo a Santa Cristina(!)?

E invece Santa Cristina(!) è piena. Una piccola frazione di Borgomanero invasa da 750 persone. Podisti pronti ad affrontare l'impresa bardati all'inverosimile.
Valerio, Monica e Stefano stanno stretti nella foto per evitare l'assideramento
L'euforia è tanta, la compagnia di Stefano e Monica scalda il cuore. Decido di correre in pantaloncini corti. In fondo sono -15°, non -16°. Se esce il sole anche -14°. E' un freddo secco, non si sente. I polpacci sono coperti dai booster. Ho le calze da trekking. Il busto è coperto da tre strati (di morbidezza). Scoperte restano solo le ginocchia. Ma tanto quelle si scaldano correndo. Anzi, potrebbe essere un ottimo sistema di raffreddamento.

Tutti questi ragionamenti, ragionevoli, si tengono al caldo di un bar, sorseggiando un caffè con Stefano e Monica. Indi mi cambio. Spalmo abbondante vasella nelle zone critiche, lascio la borsa custodita al bar. E mi avvio verso la partenza in pantaloncini corti.

Santa Cristina, che frèc!

Alea iacta est. Cinque minuti dopo si parte, e partiamo.

Parto troppo indietro e i primi 2 km sono a tratti fastidiosi. Il percorso iniziale è in mezzo alla neve, ma si riesce a correre "tranquillamente" in mezzo alle strisce lasciate da macchine e trattori. Per superare bisogna correre in mezzo, dove la neve non è battuta. Supero.

Poi inizia il bosco. In mezzo al bianco non riesco a distinguere nessuna galaverna. In più il percorso è accidentato, bisogna controllare dove si mettono i piedi. Santa Cristina, mi perdo le galaverne!

Il dolore di questa constatazione dura poco. In mezzo al bosco e al gelo, correndo, salendo e scendendo per i sentieri leggermente battuti da chi mi precede, è un gran divertimento. In ogni momento si rischia di scivolare. Bisogna sollevare bene le ginocchia per tirar fuori il piede dalla neve. Il sole filtra dai rami e risplende sul percorso. Che cosa c'è di più bello?

Intorno all'8° km arriva il più bello. Un piccolo guado. Gli organizzatori sono dei geni!
Potrebbe spaventare chiunque tranne me e i pochi altri che hanno visto questo video.

Apprese le tecniche di cui sopra muovo tre passi e sono subito dall'altra parte del guado. Asciutto!

Ok, non era un gran guado.

Le sorprese non finiscono. Arriviamo a un fosso, che bisogna attraversare tre volte scendendo di fondoschiena e risalendo aggrappandosi di tanto in tanto agli alberi. Santa Cristina, che gioia sfregare il fondoschiena sulla neve ghiacciata!

La gioia è incontenibile, al punto che quando vedo Antonio Capasso... mi viene da abbracciarlo.
tan-tan tan-tan...
...tan-tan tan-tan...
...ta-raan ta-raaan
Ridendo e saltando si arriva al 22° km. Fino a quel momento avevo superato ed ero stato superato, ma non avevo incontrato nessuna donna. D'un tratto, in discesa, sento sbuffare alle mie spalle. Una podista mi chiedeva il passo. Da cavaliere quale sono, mi faccio superare.

Da quel momento in poi, per altri 2 km ce l'ho sempre davanti di poco. Il punto di minima distanza è su una salita impervia, che diventa scala nell'ultimo tratto. E' a quel punto che mi sovviene l'insegnamento di Pepe Carvalho. Il galateo dice che l'uomo deve precedere la donna nelle salite e nelle discese. Le ragioni mi appaiono davanti agli occhi, sulle scale. E siccome sono un cavaliere, finita la salita, la supero. Poi, siccome sono davvero un signore, le lascio 1 minuto di distacco all'arrivo (UAH UAH UAH).
(nella foto: UAH UAH UAH)
Ma è ancora presto per l'arrivo. Mancano un'altra discesa di fondoschiena a zig zag aggrappandosi a una corda, due/tre salite, chilometri vari su neve fresca e su neve battuta, qualche tratto sull'asfalto a ritmo veloce (Santa Cristina, che liberazione non essere impantanati nella neve!), un paio di curve... Ah, ecco l'arrivo.

Mi giro, retrocorro, urlo, mi rigiro, arrivo.

2 ore 43 minuti e 31 secondi. La previsione di 2 ore e 30 minuti era, effettivamente, da sboroni.
(qui la classifica generale)
32° classificato. 30° se si escludono le prime due donne. Escludiamole va.

La retrocorsa, l'urlo, l'arrivo. Il cliché non sarebbe completo senza il cibo.

E siccome sono un signore, prima mi vado a cambiare. Mi cambio non tanto perché c'è un freddo che si gela, quanto perché sono un signore.

Nello spogliatoio mi si posiziona accanto un podista memorabile.
Comincia la sua performance con
"uh che piccolo, per fortuna mia moglie non mi vede quando finisco una corsa" (dopo essersi spogliato).
Prosegue con
"no, l'acqua della doccia è finita, ah ah ah" ironico, rivolto a uno che chiedeva se c'era acqua.
Conclude con
"abbiamo la stessa maglia tecnica!" rivolto a me "anche a te fa questo odore fastidioso dopo la corsa?" E mi preme sul naso l'indumento pregno del suo sudore.

Lo shock tattile-olfattivo non mi fa passare la fame e, cambiatomi e disinfettatomi, dirigo le fauci verso il cibo. Le gare serie si riconoscono ai ristori. Santa Cristina ha un ristoro ragguardevole all'arrivo nonché un pasta party. Al ristoro mi riempio di parmigiano, pane e marmellata, pane e nutella, vin brulè. Al pasta party, con Stefano, Monica e Antò, mi cibo di pasta integrale, pane e caprino, dolce. Il tutto innaffiato di Menabrea.
(Nella foto: Monica, Valerio col dolce in bocca, Filippo il vincitore, Stefano (x2), la Bandiera)
Vin brulè e Menabrea. Santa Cristina, è davvero una gara coi fiocchi!